DEMOLIZIONE PIAZZA REGINA MARGHERITA

di Prof. Elio Francescone

Che bella foto, questa dell’archivio fotografico storico De Vincentis, suggestiva, rievocativa e triste nello stesso tempo, un vero documento storico e di costume. Siamo nel bel mezzo della demolizione degli edifici di Piazza R.Marghetita: uomini e camion che portano via “le macerie”, ovvero ciò che è rimasto di quegli edifici che hanno fatto la storia del nostro paese.
Sembra quasi, per la nitidezza dell’immagine, di vedere la polvere che si alza dai tufi e dalle pietre.
Ed allora, a noi bambini di quel periodo, non resta che affidarsi alla capacità della mente di andare indietro nel tempo e ricordarla com’era!
Lo faccio con uno scritto di qualche tempo fa, con il quale ho tentato di ridare vita a questa piazza che è stata la scena unica e principale dei miei giochi e delle mie attività.

“C’era una volta una piazza dove “la gente incontrava la gente” approfittando del “mercato delle braccia”, dove i bambini giocavano a pallone con una sfera di stracci e, attorno ai marciapiedi, coi tappini della birra: la cosa strana era che quei fanciulli, con la loro indigenza atavica post bellica, erano felici. A scandire l’attività umana di questa comunità prevalentemente agricola, al di sopra della piazza, una torre ed un orologio, con le sue belle due campane, dono alla cittadina di Grottaglie del re Ferdinando di Borbone. Ecco che, come per incanto, sfilano davanti agli occhi vecchi fantasmi del passato che si credevano dimenticati: il Bar Impero (denominazione significativa ed identificativa degli “anni ruggenti” fascisti), il Bar Centrale di “Tommasino”, presso il quale si gustava la migliore cassata gelato e si giocava a biliardo in un antro fumoso, l’albergo al primo piano, con i tre balconi di spagnolesca memoria e le loro ringhiere in ferro, il tabacchino angolare di “Nunzio” presso il quale si andava a comprare il sale e il chinino, “Pippinu tla neve” che vendeva ghiaccio incartandolo con la paglia, il Ristorante, “Guglielmo” e i suoi gelati di 5,10 e 20 lire, ”li mammucci neri” di Daniele, omini di liquirizia che costavano 1 lira cadauno, Licia, la fruttivendola, Mena, la sorella di Licia, che gestiva una cantina ai primi passi della salita di Via San Francesco De Geronimo, “il Greco”,con la sua rivendita di giornale e giornaletti: il Corriere dei piccoli, capitan Miki, il grande Blek, Akim, Nembo Kid, (odierno Superman), l’Intrepido, Grand Hotel, la Tribuna Illustrata.
Qualche parola per Barbalucca, anche egli giornalaio, aristocratico e gentile d’aspetto e di modi, che amava gli animali e la cui moglie, ogni giorno, come in un sacro rituale, elargiva mangime ai colombi che stazionavano nel “Portone del Principe”.
Non ultimo, l’alimentare del ”poptu”, il leccese, che vendeva odorosi salumi e nella cui vetrina, all’angolo della piazza, faceva bella mostra sempre il baccalà a bagno.
E poi le botteghe dei barbieri,che durante le feste regalavano gli ambitissimi calendari profumati con foto di donnine ed attrici in abiti, per l’epoca, discinte e mostranti le loro grazie: i ragazzi, e non solo loro, intascavano tali omaggi per goderseli nel privato.
E la “Trattoria dell’aviere” dove un rubicondo proprietario pubblicizzava il ”si spende poco e si mangia bene”.
Personaggi diafani ed evanescenti che hanno caratterizzato un’epoca! Fantasmi di un mondo che è stato così brillante, ciarliero e comunicativo!
In estate una autobotte del comune innaffiava le strade: e quei bambini, dai piedi scalzi e vestiti solo di indigenza e sogni, immergevano i loro piedi nelle pozzanghere, suscitando l’invidia di chi le scarpe, magari non poteva permettersele.

Elio Francescone

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